Film da non perdere

Una proposta di film per stimolare la sensibilità ed approfondire la riflessione su tematiche di interesse generale, che ci aiutano ad abitare il mondo come cittadini responsabili.

L’attimo fuggente, di Peter Weir, 1989
John Keating, insegnante di letteratura inglese, arriva nel 1959 alla Welton Academy dove regnano Tradizione, Disciplina, Onore, Eccellenza e ne sconvolge l'ordine insegnando ai ragazzi, attraverso la poesia, la forza creativa della libertà e dell'anticonformismo. La narrazione non perde un colpo non

 

 


La classe – Entre les murs, di Laurent Cantet , 2008
François Bégaudeau è insegnante di francese in una scuola media superiore parigina. Facciamo la sua conoscenza mentre si incontra con i colleghi (vecchi e nuovi arrivati) ad inizio anno scolastico. Da quel momento rimarremo sempre all'interno delle mura scolastiche seguendo il suo rapporto con una classe.
Il suo metodo d'insegnamento, che si rivolge a un gruppo eterogeneo di ragazzi e ragazze, mira ad offrire loro la migliore educazione possibile in una realtà cui i giovani non hanno un comportamento sempre inappuntabile e possono spingere anche il migliore dei docenti ad arrendersi a un quieto vivere che non richieda confronti e magari scontri con gli allievi. Non tutti infatti apprezzano la sua franchezza e il Professor Bégaudeau si troverà dinanzi a un caso che lo metterà in una posizione difficile.

 


La scuola, di Daniele Luchetti, 1995
Ultimo giorno di scuola e tempo di scrutini nella 4ª classe di un istituto tecnico alla periferia di Roma con flashback su episodi dell'anno scolastico. Ispirato a 3 libri (Ex cathedra, Fuori registro, Sottobanco) di Domenico Starno. La scuola raccontata dalla parte dei docenti rappresentati in un ampio ventaglio di ideologie e comportamenti.

 

 


 

Caterina va in città, di Paolo Virzì, 2003
Da Montalto di Castro (VT) l'adolescente Caterina va con i genitori ad abitare a Roma dove il padre, docente deluso e arrivista fallito, la spinge a frequentare le coetanee delle famiglie “bene”, aumentando il suo spaesamento. Tranne per la protagonista e due ragazzi, ci troviamo dinanzi a una galleria di maschere che ben rappresentano il peggio della società italiana di oggi, ma anche di ieri e dell'altro ieri. Il legittimo pessimismo sull'Italia di oggi trascina Virzì e il suo sceneggiatore Francesco Bruni verso la caricatura con l'elogio della gente semplice.

 


Ovosodo, di Paolo Virzì, 1997
Ovosodo di Paolo Virzì è caruccio, facile, piace. Girata senza stile né ricerca, raccontata dalla voce fuori campo del protagonista, interpretata perlopiù da non professionisti, è la storia d'un ragazzo livornese popolano dall'infanzia al matrimonio, con le tappe prevedibili: la scuola, l'insegnante cruciale da cui s'impara a amare i libri, la famiglia distratta, il compagno di scuola più ricco disinvolto e intraprendente, le risate e le malinconie, le ragazzine coinquiline innamorate, la ragazza elegante da amare invano, il quartiere, le macchiette, il cortile, i motorini, il senso d'inadeguatezza e le grandi speranze dell'adolescenza. (Da La Stampa, Lietta Tornabuoni)

 


 

Auguri professore, di Riccardo Milani, 1997
Dal libro Solo se interrogati di Domenico Starnone che l'ha sceneggiato con il regista, S. Petraglia e S. Rulli. Come nel precedente film (1995) di D. Luchetti, la disastrata scuola italiana è raccontata con umorismo agrodolce intinto in uno sconsolato pessimismo su quello che non sa e non può dare e corretto da una benevolenza preoccupata per il mondo dei ragazzi. Il messaggio di fondo è limpido: compito minimo di un bravo docente è non danneggiare più di tanto gli allievi e insegnargli a fare le domande giuste.

 


Notte prima degli esami, di Fausto Brizzi, 2006
Nel giugno 1989 un gruppo di diciottenni si prepara a sostenere l'esame di maturità. Luca (Vaporidis) trova il coraggio di dire al suo professore di lettere (Faletti) quello che pensa di lui. Scopre che non solo fa parte della commissione di esame ma è il padre della ragazza per cui si è preso una cotta. Inoltre è un reduce dal '68 e non è poi così male. Commedia corale con tanti piccoli personaggi, capace di coinvolgere più generazioni – quella dei ragazzi di oggi, dei giovani degli anni '80 ma anche quelli degli anni '60 – e la colonna sonora ci riposta agli anni '80 con simpatia, nostalgia ed efficacia.

 


 

L'onda, di Dennis Gansel, 2008.
Rainer Wenger, insegnante di educazione fisica con un passato da anarchico rockettaro, per spiegare ai suoi studenti liceali il concetto di autocrazia li coinvolge in un esperimento di regime dittatoriale fra i banchi di scuola. Per una settimana dovranno rispondere al rigido sistema disciplinare di “Herr Wenger”, conformarsi ad un codice di abbigliamento e lavorare assieme in un'ottica di organismo gerarchico, isolando o reprimendo eventuali dissidenti. In pochissimo tempo, i ragazzi scoprono uno spirito di cameratismo vincente, dominano le proprie insicurezze e paure attorno alla figura del carismatico cattivo maestro e si sentono legittimati ad animare atti di violenza e vandalismo, in un'operazione che arriva presto a fuoriuscire dalle mura dell'edificio scolastico.
L'esperimento intento ad indagare l'espansione del nazional-socialismo e l'indottrinamento della popolazione germanica realmente messo in piedi dal docente di storia Ron Jones nel 1967 in un liceo californiano, viene ripreso e ricontestualizzato nell'attuale Germania con l'intento di ampliare le implicazioni di tale esperienza ed incidere sulle coscienze di quelle nuove generazioni che si considerano immuni dall'avvento di un nuovo totalitarismo.

 

 


I cento passi, di Marco Tullio Giordana, 2000.
Cento passi separano a Cinisi (Pa) la casa del giovane Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, boss mafioso. Figlio di un affiliato subalterno alla mafia, Peppino sfida il padre, l'autorità costituita, la DC locale collusa con la mafia, finché nel maggio del '78 lo uccidono. Storia vera, scritta dal regista con Claudio Fava e Monica Zappelli. È un film generazionale: la dimensione della memoria di chi come Giordana, Fava e lo stesso Impastato fu giovane negli anni '70 (lontananza tra padre e figli, radio libere, contestazione studentesca, sinistra divisa) non è soltanto nostalgica e privata, ma s'innesta in una realtà politica più ampia e complessa. Non a caso assumono forte rilievo i genitori di Peppino.Premio per la sceneggiatura a Venezia e Grolla d'oro per gli attori (Lo Cascio e Burruano). Nastro d'argento alla sceneggiatura. 5 premi Donatello (Lo Cascio, Sperandeo non protagonista, E. Montaldo costumi, sceneggiatura e David per la scuola).

 


 

Alla luce del sole, di Roberto Faenza, 2000.
Palermo, 15 settembre 1993: un colpo di pistola lascia agonizzante, nel giorno del suo 56° compleanno, il siciliano don Pino Puglisi, parroco di san Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, che guardando negli occhi il suo assassino mafioso gli dice: “Vi aspettavo”. Un uomo che «sparava» dritto, dovere inflessibile nella denuncia e alieno da ogni compromesso. Con gesti concreti, dedicandosi al recupero dei bambini del quartiere per sottrarli alla mafia, padre Puglisi diventa una presenza scomoda, un simbolo, un freno alla corruzione.
Faenza torna in Sicilia, terra qui di criminalità organizzata che compenetra una società rassegnata, in bilico tra complicità, paura e disperazione. Film disadorno che lascia parlare i fatti, cronaca di una morte annunciata, quella di un prete che toglie i bambini dalla strada affinché non diventino i futuri manovali al servizio di padroni mafiosi. Aiutata dalla presenza di un attore come Zingaretti, la cinepresa spia la coscienza intrepida e presaga di un sacerdote abbandonato anche dai suoi superiori.

 


 

Cento giorni a Palermo, di Giuseppe Ferrara, 1984.
Sono i 126 giorni (per l'esattezza) che Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei carabinieri, passò a Palermo prima di cadere sotto il piombo mafioso. Instant movie utile e senza stile. G. Ferrara fa cronaca, ignora l'arte dei particolari e usa la mazza quando sarebbe necessario il rasoio, ma insegna molte cose sulla mafia.

Tematiche: mafia.

 

 


 

Paolo Borsellino, di Gianluca Maria Tavarelli, 2004
Nel 1980 il consigliere Rocco Chinnici incarica Paolo Borsellino dell'istruttoria sulle attività criminali delle varie cosche mafiose palermitane e in particolare su quella emergente dei Corleonesi con a capo Totò Riina. Borsellino chiama accanto a sé il collega e amico d'infanzia Giovanni Falcone e insieme a lui forma quello che poi diventò il famoso pool antimafia. I due lavorano fianco a fianco per 15 anni fino a quando la mafia li uccide in tragici agguati.

 


 

Un eroe borghese, di Michele Placido, 1995.
Dal libro-inchiesta (1991) di Corrado Stajano, adattato da Graziano Diana e Angelo Pasquini. Una tragedia milanese, anzi italiana: nel 1974 l'avvocato civilista Giorgio Ambrosoli è nominato commissario liquidatore di una banca del finanziere Michele Sindona. Scopre il groviglio di interessi che legano Sindona, alcuni esponenti politici, la mafia e il Vaticano. Resiste a suggerimenti, pressioni, minacce. Nella notte tra l'11 e il 12 luglio 1979 è assassinato da un sicario di Sindona. Pur con difetti di ambientazione e di rievocazione dell'aria del tempo, un film giusto. Onesto, sincero, lucido, con momenti di emozionante delicatezza, è un giallo politico-finanziario nutrito, come il libro, di passione civile, sostenuto dalla quieta intensità di Bentivoglio (e dalla torva potenza con cui Antonutti raffigura Sindona) e dalla funzionale fotografia di Luca Bigazzi. David di Donatello alla musica di Pino Donaggio.


 

Il giudice ragazzino, di Alessandro di Robilant, 1993.
Il 21 settembre 1990 sulla superstrada Canicattì-Agrigento morì, in un agguato mafioso, il giudice Rosario Livatino. Aveva 38 anni. Ispirato a un libro di Nando Dalla Chiesa (il titolo è preso da un'irridente e incauta locuzione dell'ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga) che analizza il perverso intreccio tra politica, affari e criminalità in Sicilia e la funzione di supplenza che una parte della magistratura ha svolto nei confronti del potere politico, inefficiente o corrotto. Il film riesce a suggerire con finezza l'atmosfera impalpabile e intossicata della mafia quotidiana.

 


 

Fortapàsc, di Marco Risi, 2008

Nel 1985 Giancarlo Siani viene ucciso con dieci colpi di pistola. Aveva 26 anni; faceva il giornalista, o meglio era praticante, abusivo, come amava definirsi. Lavorava per il Mattino, prima da Torre Annunziata e poi da Napoli. Era un ragazzo allegro che amava la vita e il suo lavoro e cercava di farlo bene. Aveva il difetto di informarsi, di verificare le notizie, di indagare sui fatti. È stato l'unico giornalista ucciso dalla camorra. Il film segue gli ultimi quattro mesi della sua vita: la sua ultima estate, quando dal Vomero, dove abitava, tutti i giorni scendeva all'inferno di Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta.


 

Il fantasma di Corleone, di Marco Amenta, 2006
Un giovane reporter siciliano, Marco, torna a Palermo per smascherare l'ultimo grande mistero italiano: il boss latitante Bernardo Provenzano, che da 42 anni continua a vivere sull'isola e a comandare dall'ombra tutta l'organizzazione di Cosa Nostra. Un documentario investigativo ma attraversato dalle suggestioni di un genere nero che si rivela nel ritmo, nelle sospensioni, nei tempi di attesa e nella tensione di una ricostruzione avvincente della vita in assenza di Bernardo Provenzano. Apprendista killer a Corleone e poi luogotenente del boss Luciano Liggio, Bernardo Provenzano è l’attuale padrino di Cosa Nostra, latitante da quarant’anni e ricercato dal 1963. La tesi sostenuta dal regista, che partecipa al film anche in qualità di attore, rilegge speditamente la cronaca tragica del Medio Evo palermitano, passando per il maxi-processo e le stragi di Capaci e di via D’Amelio per concentrarsi su (una) “Cosa Nuova”, un’organizzazione criminosa sommersa, invisibile, rifondata da Provenzano sulle ceneri di una mafia stragista. Amenta sembra dunque allertare lo spettatore, invitarlo a vigilare denunciando apertamente le strategie attendiste delle istituzioni, il loro legiferare soltanto in situazioni di emergenza dimenticando la straordinaria ordinarietà in cui agisce la nuova mafia, l’altra mafia, quella mediatrice.

 


 

La scorta, di Ricky Tognazzi, 1993.
Nel film, ispirato alla vicenda reale del sostituto procuratore di Trapani Taurisano, quattro agenti di scorta vengono addetti alla protezione del magistrato Carlo Cecchi arrivato a Trapani da Varese, deciso a fare il proprio lavoro senza riguardi per i potentati locali, senza troppa diplomazia né troppa fiducia verso colleghi e superiori della Procura. I conflitti iniziali all’interno della scorta si ricompongono nel rapporto con il magistrato, nel rispetto e nell’ammirazione per lui, nella volontà di aiutarlo nell’indagine antimafia intrapresa; il gruppo perde uno dei suoi componenti in un attentato dinamitardo mafioso, si scioglie con la partenza del giudice scomodo che alla fine viene trasferito altrove. Interessante, ben girato all’americana con uno stile nervoso e dinamico, La scorta si concede molte licenze narrative rispetto alla realtà: di solito gli uomini di scorta sono mutevoli a seconda dei turni di lavoro, raramente la stessa scorta resta in servizio tutto il giorno tutti i giorni; di solito gli agenti di scorta non hanno modo di venir impiegati nelle indagini. Il film conferma pure molte realtà ben note: la scarsità dei mezzi a disposizione della scorta (due giubbetti antiproiettile in quattro, non più di venti litri di benzina per volta, macchine blindate mancanti o malandate), l’atmosfera intossicata di certe Procure della Repubblica dove capita (é capitato) che documenti riservati vengano rubati dai cassetti dei giudici o dattilografati da impiegati infidi. Gli attori sono tutti efficaci, Carlo Cecchi è grande, Ricky Memphis è una buona sorpresa. (Lietta Tornabuoni).

 


 

Segreti di Stato, di Paolo Benvenuti, 2003.
La pellicola ricostruisce i fatti riguardanti la strage di Portella della Ginestra alle porte del paese di Piana degli Albanesi. In particolare si fanno emergere le incongruenze relative alla ricostruzione ufficiale dei fatti, sino a giungere al finale in cui viene rivelato il fitto intreccio di equilibri internazionali passante in Sicilia.

 



 

Piazza delle 5 lune, di Renzo Martinelli, 2003
Il giudice istruttore senese Saracini si vede recapitare da uno sconosciuto un misterioso filmato in super8, che mostra, anche se poco nitidamente, la scena dell'agguato e del rapimento di Aldo Moro in via Fani, da un ex brigatista, affetto da tumore incurabile, che gli promette altre rivelazioni. Il magistrato inizia un'indagine personale, seminata di insidie, minacce, attentati e un colpo di scena risolutore in piazza delle Cinque Lune. Nel 2003, dopo processi, condanne, indagini parlamentari, perizie, memoriali, libri, film (Il caso Moro, 1986), c'è ancora buio sulla verità di questo tragico evento. Approvato dalla famiglia Moro il film accumula indizi, contraddizioni, ipotesi e molte domande tra cui la più inquietante: perché i brigatisti del commando mentirono e continuarono a mentire?

 


 

La prima linea, di Renato De Maria, 2009.
Liberamente ispirato al libro Miccia corta di Sergio Segio.
Il film narra la storia della militanza di Sergio Segio nel gruppo armato rivoluzionario Prima Linea, del suo incontro con Susanna Ronconi e la relazione nata tra i due, dell'arresto della stessa e della sua evasione dal carcere di Rovigo nel 1982 grazie all'azione armata di Segio e di quel che restava dell'organizzazione. Il film si apre con l'arresto di Sergio pochi mesi dopo l'operazione al carcere di Rovigo. La scena seguente mostra Sergio in carcere all'indomani della caduta del Muro di Berlino, e quindi del "crollo di quel che resta del Comunismo nel mondo", il quale spiega al pubblico in prima persona il contesto nel quale egli si è avvicinato al movimento dei gruppi extraparlamentari, dai cortei studenteschi e operai del 1968, quando era ancora adolescente, proseguendo col racconto delle Stragi di Stato che iniziarono la strategia della tensione, fino alla nascita dei gruppi extraparlamentari di estrema sinistra come Lotta Continua, dalla quale poi nascerà Prima Linea, alla quale Sergio aderirà. Il racconto è accompagnato da vere immagini di repertorio che mostrano, tra le altre, la strage di Piazza Fontana e i resti del treno Italicus dilaniato da un ordigno esplosivo. Durante questa prima parte Sergio giustifica la nascita dei gruppi terroristici come risposta alle Stragi di Stato, ma fa anche un mea culpa per i metodi adottati, cioè ferimenti e omicidi, per inseguire il sogno di un mondo migliore in cui non ci fossero più sfruttatori e sfruttati. Inoltre ammette la visione distorta e in parte anacronistica che essi avevano della realtà sociale, economica e politica dell'Italia del tempo.

 


 

Mio fratello è figlio unico, di Daniele Luchetti, 2007.
Veloce, vivace, ben scritto, ben costruito e ben recitato, tratto dal romanzo Il fasciocomunista di Angelo Pennacchi (Arnoldo Mondadori edizioni), Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti racconta, dal 1968 per qualche anno, di due fratelli che si muovono tra le architetture razionaliste di Latina ex Littoria e di Sabaudia, città inventate dal fascismo. Il più bello dei fratelli, Riccardo Scamarcio, è buono, operaio e attivista sindacale, adorato dalle donne, molto popolare. Il più bravo, Elio Germano, diventa fascista con gli insegnamenti di Luca Zingaretti («Vedi la torre comunale? Fu costruita in 235 giorni»), partecipa ad azioni violente, a cortei con le catene e il saluto romano: ma non è detto che sarà sempre così. Il fratello (e la sorella) picchiano il fratello fascista perché è fascista; il fratello di sinistra tiene comizi, il fascista visita la tomba di Mussolini; si trovano uno contro l'altro negli scontri, negli assalti a concerti o convegni culturali di sinistra. Ma il fascista strappa la tessera quando, nonostante il suo intervento, i camerati danno fuoco all'auto di suo fratello. Cortei, manifestazioni, striscioni, botte: forse s'era dimenticato quanto fossero stati violenti gli Anni Settanta. Alla fine le vittime, le perdite, il pianto, la solitudine arrivano a capovolgere i ruoli, o a cancellarli.
Il film di Luchetti non è storico né politico: per la prima volta, la divisione politica è un fatto di famiglia. Si spiega l'approdo opposto dei due fratelli con gli opposti caratteri (apparentemente, l'eredità aggressiva è data dalla madre Angela Finocchiaro, bravissima, anziché dal padre mite e cattolico) e le opposte esperienze, le loro vite sono seguite come quelle di ragazzi diversamente idealisti. E' un film lieve, spesso divertente, certo non inconsapevole delle perenni lacerazioni italiane. Un po' paternalistico, un poco indulgente e consolatorio, ma ben fatto ed esatto, con una evocazione d'epoca esemplare, per fortuna non affidata prevalentemente alle canzoni. (Lietta Tornabuoni La Stamp).

 


 

La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana, 2003.
Gli ultimi 40 anni della Storia italiana sono raccontati attraverso le vicende di una famiglia.
Il protagonista principale è Nicola (da cui parte il racconto) il quale, durante l’alluvione a Firenze del ’66, incontra e si innamora di una donna e la segue per vivere nella città di lei, Torino. E’ la Torino degli anni ’70, sullo sfondo del terrorismo, dei problemi operai e dell’immigrazione dal Sud. Questo è l’incipit che prosegue fino ai giorni nostri per chiedersi e chiederci che cosa sia cambiato da allora e cosa sia rimasto uguale.

Il tempo passa e a un certo punto, con sorpresa, ci accorgiamo che siamo più vecchi e che il paesaggio intorno - parenti, amici, noi stessi - si è a poco a poco modificato. Così è per il gruppo familiare di La meglio gioventù come lo ritroviamo nella seconda parte che va dall’alba degli anni ’80 al giorno d’oggi. Sotto un’apparente immutabilità, molto è cambiato o sta per cambiare. Muore l’adorabile papà Andrea Tidona, resta sola nell’appartamento romano pieno di ricordi la mamma insegnante Adriana Asti. A Torino, da che la moglie Sonia Bergamasco ha scelto la clandestinità, lo psichiatra socialmente impegnato Luigi Lo Cascio cresce da solo la figlia. La sua strada si è di nuovo incrociata con quella della psicolabile Jasmine Trinca che salva da un infame istituto; mentre il fratello poliziotto Alessio Boni potrebbe costruirsi un futuro con la fotografa siciliana Maya Sansa se non fosse per il suo carattere dannato. Intanto la sorella maggiore Livia Vitale, magistrato d’assalto, continua a combattere sul fronte della mafia e della corruzione e la più piccola, Valentina Carnelutti, sposa Fabrizio Gifuni, brillante economista minacciato dai brigatisti. Le tragedie del paese, dalla strage di Capaci agli ultimi sussulti della lotta armata, si riflettono su questo emblematico gruppo, intrecciandosi con i drammi personali. Ma ci sono anche gli effetti profondi, la solidarietà, il discernimento, la capacità di perdonare, l’ebbrezza di amare. E alla fine, magari attraverso il fresco sguardo di un nipote, si può tornare a credere (come all’inizio, sullo slancio della prima gioventù) che «Tutto è bello». L’emozioni piccole e grandi sprigionate da questo coinvolgente romanzo familiare che Marco Tullio Giordana, sulla base di una bella sceneggiatura di Rulli e Petraglia, ha diretto con un’abilità mai disgiunta da un’appassionata partecipazione, sono trasmesse da un cast di attori tutti bravi e motivati. (Alessandra Levantesi La Stampa)

 


 

L'ultimo bacio, di Gabriele Muccino, 2000.
Nostalgia del futuro. Ne L'ultimo bacio, suo terzo film, commedia corale ben fatta intelligente e divertente, Gabriele Muccino racconta nelle due generazioni dei trentenni e dei cinquantenni la voglia di scappare, il sentimento della vita che sfugge, che se ne va, che scivola nella ripetizione e nei doveri dell'età adulta o della vecchiaia senza nuove occasioni né aperture né speranze. Personaggi giovani che hanno appena iniziato un'esistenza con famiglia e matrimonio, personaggi non più giovani che non vogliono rinunciare ad esistere. Le loro storie s'intrecciano con gran ritmo nel montaggio vibrante di Claudio Di Mauro, in uno stile brillante, energico, maturo: quasi che il regista avesse voluto fare il film anche per dimostrare la propria capacità di governare una vasta troupe di bravi attori, di dirigere una storia corale di sentimenti, di scrivere dialoghi realistici. "Me ne vado perché non ti amo più"; "Non abbiamo più vent'anni ma per fortuna non ne abbiamo ancora quaranta"; La vita è bella che andata"; "Voglio lasciarti perché non siamo più felici insieme"; "Non c'è più la passione di una volta, ma pare che sia normale". Tradimenti, rimpianti, esasperazioni, rivolte contro un destino spietatamente predeterminato, innamoramenti, chi si prende, chi si lascia, chi parte, chi rinuncia: il film girato a due velocità (rapido e nervoso quando racconta i giovani, piano e dolente quando racconta i non più giovani) esprime bene il rifiuto così contemporaneo (velleitario) di crescere, di accettare responsabilità, di adattarsi al percorso consueto della vita. La parte riguardante i trentenni è bella. La parte riguardante i cinquantenni esemplificati da Stefania Sandrelli è molto meno bella: antiquata, con troppi luoghi comuni e situazioni prevedibili. Anche psicologicamente sbagliata, giacché la sofferenza delle donne anziane non nasce dallo smarrimento della bellezza (di questo non si convincono mai, si sentono sempre identiche a quelle che erano un tempo) né dall'indifferenza coniugale, ma dalla perdita del potere di seduzione sessuale, amoroso. Stefania Sandrelli e Giovanna Mezzogiorno andavano forse meglio controllate: ma L'ultimo bacio è sicuramente una riuscita, una promessa mantenuta. (Lietta Tornabuoni, La Stampa)

 


 

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, di Jon Avnet, 1991.
La storia di amicizia di due giovani donne anticonformiste, Idgie e Ruth, che nel cuore del sud degli Stati Uniti degli anni Trenta, ebbero il coraggio di ribellarsi alla prepotenza maschile e al razzismo dilagante e delle drammatiche peripezie che le portarono a gestire insieme il Whistle Stop Café alla fermata di un treno che non c'è più, dove si poteva gustare la specialità locale.



 

Il grande sogno, di Michele Placido, 2009
Il film inizia nel 1967. A Roma gli animi dei giovani iniziano ad essere in fermento, e qualcosa si sta agitando. La rivolta giovanile sta per avere inizio. Libero è uno dei leader della neonata contestazione, mentre Laura è una ragazza della buona borghesia cattolica a cui non va più giù il sistema sociale capitalistico che ha radici anche nell’ambiente universitario. Nicola, invece, è un giovane poliziotto pugliese che deve infiltrarsi nel mondo studentesco per capire le varie manovre. Eppure il suo “grande sogno” resta uno solo: quello di diventare attore.

 


 

La vita è bella, di Roberto Benigni, 1997.
Il film di Benigni non è una pedante ricostruzione manualistica, ma una storia nella Storia, una favola moderna costruita sullo sfondo di una delle più drammatiche pagine che l'umanità ricordi.
Guido, un giovane ebreo amante della vita e della poesia, si reca ad Arezzo con l'amico Ferruccio in cerca di lavoro. Si fa assumere come cameriere dallo zio Eliseo, che gestisce il Grand Hotel, e s'innamora di Dora, un'insegnante promessa sposa all'antipatico fascista Rodolfo. Con l'esuberanza e l'allegria del suo carattere, riesce a vincere le reticenze della maestrina, e a sposarla. Sei anni dopo, Guido è deportato in un campo di concentramento con lo zio Eliseo e col suo figlioletto, il piccolo Giosuè, mentre Dora, pur non essendo ebrea, decide di seguirli di sua iniziativa.
È l'inizio della tragica avventura di un padre che, per proteggere il figlio dalla realtà, maschera l'intero dramma della prigionia dietro la ridente facciata di un appassionante gioco a punti; di un marito che, vincendo la lontananza fisica, cerca di restare vicino all'amata moglie; di un uomo, che è disposto veramente a tutto, anche al personale sacrificio, pur di difendere ciò che ha di più caro. Sino alla prova conclusiva, che nella fantasia di Giosuè assume i connotati di una lunga partita a nascondino, prima dell'assegnazione dell'ambito premio finale.
L'intera storia è attraversata dalla forza di una poesia, sorretta dall'incantevole commento musicale di Nicola Piovani.
È un poema sulla vita, sull'amore, sulla famiglia, e profonda in questo senso è l'intesa umana, oltre che professionale, tra Benigni e il piccolo Cantarini, non dimenticando quella altrettanto notevole tra il protagonista e la Braschi, che portano sul set l'autenticità di un rapporto collaudato dalla vita stessa.

Il film segna un solido spartiacque e insieme un momento di felice connubio tra il comico puro della prima produzione e l'artista impegnato della successiva, non solo sul piano strettamente cinematografico, ma su quello più generale di uomo di spettacolo.
Rivela compiutamente un talento soltanto incubato nei lavori precedenti, e qui pienamente espresso, con eleganza e con un esuberante citazionismo, che va da Chaplin a Massimo Troisi. Nel complesso emerge una vivace macchina narrativa, emozionante e divertente. E' la magia di una storia che ci ricorda come, nonostante tutto, la vita meriti di essere vissuta. Film vincitore di 3 premi Oscar (miglior attore protagonista, miglior film straniero, miglior colonna sonora, Nicola Piovani), 7 Nastri d'argento e del Festival di Cannes.

 


 

La tigre e la neve, di Roberto Benigni, 2005
"Spero che questa storia vi sorprenda, vi distragga, vi inquieti, vi diverta e vi commuova. Forse sono troppe. Vabbè, ma anche una sola di queste già sarebbe una cosa straordinaria per un film". Questo l'auspicio di Benigni alla presentazione del film.
Una storia d'amore sullo sfondo della seconda guerra del Golfo. Attilio è un poeta che ogni notte sogna di sposare la donna della sua vita, Vittoria, che nella realtà lo sfugge di continuo. Quando lei, partita per un'intervista al più importante poeta iracheno rientrato in patria in prossimità della guerra, verrà gravemente ferita Attilio la raggiungerà e farà di tutto per salvarla.
E' nel film quell'amore che, partendo dai singoli, può portare la vita al suo massimo splendore. Benigni ci offre una riflessione poetica, sul bisogno di speranza che il mondo moderno nutre, anche quando sembra che il cinismo domini. Una speranza che non pretende di abbracciare teoricamente l'umanità ma che parte dal darsi da fare per la concreta salvezza di un essere umano.

 

"...La poesia non è fuori, è dentro... Cos'è la poesia, non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu...
..e vestitele bene le poesie, cercate bene le parole... dovete sceglierle! .....
Vi dovete innamorare e tutto diventa vivo, si muove tutto... dilapidate la gioia, sperperate l'allegria e siate tristi e taciturni con esuberanza!
Fate soffiare in faccia alla gente la FELICITÀ! E come si fa? ...fammi vedere gli appunti che mi sono scordato... questo è quello che dovete fare...
non sono riuscito a leggerli!
Per trasmettere la felicità, bisogna essere FELICI e per trasmettere il dolore, bisogna essere FELICI.
Siate FELICI!!!
Dovete patire, stare male, soffrire.. non abbiate paura di soffrire, tutto il mondo soffre!
E se non avete i mezzi non vi preoccupate... tanto per fare poesie una sola cosa è necessaria... tutto.
Avete capito?
E non cercate la novità... la novità è la cosa più vecchia che ci sia...
E se il verso non vi viene, da questa posizione, né da questa, ne da così, buttatevi in terra! Mettetevi così!
Ecco... ohooo... è da distesi che si vede il cielo...
guarda che bellezza...perché non mi ci sono messo prima...
I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole... Se la parola 'muro' non vi da retta, non usatela più...per otto anni, così impara! Che è questo, bhooo non lo so!
Questa è la bellezza, come quei versi là che voglio che rimangano scritti li per sempre...
"


 

Il grande dittatore, di Charlie Chaplin, 1940
Il grande Charlie Chaplin nel doppio ruolo di un barbiere ebreo e di Adenoid Hynkel (Hitler), dittatore di Tomania. Il barbiere, si ritrova nella Germania Nazista dopo essere stato per anni in ospedale, privo di coscienza. Viene scambiato per il dittatore e in questa veste, durante l'invasione dell'Austria, pronuncia un discorso umanitario.
Satira penetrante e persino preveggente del nazifascismo in cui Charlot si sdoppia nel piccolo barbiere ebreo e nel dittatore. E' il primo film parlato di Chaplin.

"Mi dispiace, ma io non voglio fare l'Imperatore, non è il mio mestiere. Non voglio governare, né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, neri o bianchi.

Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci l'un l'altro. In questo mondo c'è posto per tutti, la natura è ricca ed è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l'abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell'oca, verso l'infelicità e lo spargimento di sangue.
Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l'abilità ci ha resi duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.

L'aviazione e la radio hanno ravvicinato le genti: la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell'uomo, reclama la fratellanza universale, l'unione dell'umanità. La mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare gente innocente.

A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L'infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell'ingordigia umana: l'amarezza di coloro che temono le vie del progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. Qualunque mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Non vi consegnate a questa gente senz'anima, uomini-macchina, con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore!

Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l'amore per l'umanità! Non odiate! Sono quelli che non hanno l'amore per gli altri che lo fanno.
Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nel cuore degli uomini.
Non di un solo uomo, non di un gruppo di uomini, ma di tutti voi. Voi, il popolo, avete il potere di creare le macchine, di creare la felicità, voi avete la forza di fare che la vita sia una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti e combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia agli uomini la possibilità di lavorare, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.

Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Mentivano: non hanno mantenuto quella promessa e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo, allora combattiamo per quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, l'avidità, l'odio e l'intolleranza, combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.
Soldati uniamoci in nome della democrazia!

Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia abbi fiducia, guarda il cielo.

Hannah! le nuvole si disperdono, comincia a splendere il sole. Poi usciremo dall'oscurità verso la luce, vivremo in un mondo nuovo, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio e della loro brutalità..
Guarda il cielo, Hannah! L'animo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a volare sull'arcobaleno.
Guarda il cielo, Hannah! Guarda il cielo!"




 

Schindler's List, di Steven Spielberg, 1993.
Cracovia, 1939, poco dopo l'inizio della seconda guerra mondiale, una volta terminata l'invasione della Polonia, gli ebrei polacchi che risiedono nei dintorni della città sono obbligati a recarvisi per essere registrati e schedati. L'enorme afflusso di persone induce l'imprenditore tedesco Oskar Schindler ad approfittare del divieto imposto agli ebrei di avere attività commerciali, al fine di trovare il denaro necessario per impiantarvi un'azienda che produca pentole e tegami da fornire all'esercito tedesco. Temendo, con la costruzione del nuovo campo di concentramento di Kraków-Plaszów, e l'ordine di liquidare l'eccedenza di persone ammassate nel ghetto di Cracovia per la fine dei propri affari e del proprio arricchimento, ma anche preoccupato per la sorte delle persone a cui ha cominciato ad affezionarsi, l'imprenditore modifica la produzione della fabbrica, portandola da civile a militare, iniziando a produrre armamanenti quali munizioni e granate, traendo beneficio dalla benevolenza, ben ricambiata, del comandante del campo e continuando in questo modo ad avere il sostegno delle SS e la loro protezione, ed allo stesso tempo reclutando ulteriore personale ebraico, tra i quali i figli degli internati, per preservarli dalle deportazioni. Gradatamente, pur continuando a gestire i propri interessi, diventa il loro salvatore, strappando più di 1100 persone dalla camera a gas.



Guerra al virus, di Roger Spottiswoode, 1995.
America anni '80, il dottor Francis è uno dei primi a comprendere la pericolosità di una misteriosa epidemia che ha già mietuto molte vittime in Africa e che si sta diffondendo in molti paesi del mondo. Si tratta dell'Hiv, ma la società americana, moralista e perbenista, rimane indifferente alla malattia considerata pericolosa solo per gli omosessuali e il dottor Francis si trova a dover combattere una vera e propria guerra per sesnsibilizzare l'opinione pubblica sulla pericolosità dell'Aids.
Più che un film vero e proprio, un documentario, corredato di immagini vere. Al film hanno partecipato gratuitamente attori famosi, quali Richard Gere, Anjelica Houston, Steve Martin, Phil Collins, Matthew Modine, Alan Alda.


 

Le fate ignoranti, di Ferzan Ozpetek, 2000
A Roma, nel quartiere Ostiense, vive una comunità di "diversi": gay, trans, ninfomani e, un malato di AIDS. In un malandato palazzo nei pressi dei mercati generali conducono, come in una comune, la loro esistenza che non è solo ghetto o emarginazione, ma anche voglia di affermare le proprie passioni, di stupire con i propri colori ammalianti.
Uno scioccante e mortale incidente stradale porta una donna, che apprende la notizia al telefono, alla scoperta della doppia vita e dell'omosessualità del marito.

Due mondi opposti, simboleggiati da due sfondi, due case: l'una il dipinto della tranquillità, villa con giardino in zona agiata, vista sul lago, con tanto di amache fuori ed opere d'arte dentro, l'altra una palazzina dei quartieri bassi, il cui fulcro, la casa di Michele, è ritrovo per tutti gli inquilini, omosessuali, travestiti e non, e cuore di un'amicizia, profondo sentimento che lega tutti indissolubilmente. Lo stesso mondo nel quale Antonia si imbatterà, senza saperlo, con l'intento di ripercorrere le tracce di una vita nascosta lasciate dal marito e dalla quale sarà conquistata, per l'unione e l'altruismo che da questa piccola comunità traspirano.


 

La stanza del figlio, di Nanni Moretti, 2001
Giovanni è uno psicoanalista con numerosi pazienti con i quali ha un rapporto al tempo stesso di comprensione e di lucido distacco. Giovanni ha una moglie, Paola, e due figli adolescenti: Irene e Andrea. La vita scorre tranquilla, turbata solo da una ragazzata commessa da Andrea: il furto di un'ammonite nel piccolo museo scolastico. Il ragazzo decide di andare a fare un'immersione con gli amici e, per cause imprecisate, muore per un'embolia. La perdita del figlio stronca i familiari. Giovanni non riesce quasi più a lavorare, Paola si chiude nel dolore e Irene diventa irascibile. Un giorno arriva una lettera per Andrea. È firmata da Arianna, una coetanea che lo aveva conosciuto solo per un giorno e che si era innamorata di lui. Sarà proprio partendo da questo inatteso contatto che la vita della famiglia potrà rimettersi in moto.

 


 

Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enza Negroni, 1996.
Sono tante le pellicole che vedono gli adolescenti come protagonisti. Non altrettante quelle che riescono a descrivere il pianeta tardo-adolescenziale in maniera davvero fedele. E' tale il film di Enza Negroni, tratto dal romanzo omonimo di Enrico Brizzi che ne è anche sceneggiatore. Alex e’ un ragazzo bolognese appassionato di musica punk-rock che si innamora di Adelaide (Aidi), una ragazza conformista, (mentre Alex suona il basso lei e’ impegnata in versioni di greco antico) in procinto di partire per studiare in America. Questa storia d’amore, ma anche i due ragazzi, considerati singolarmente, che rappresentano due modi diversi di vivere la stessa età adolescenziale, dovranno confrontarsi con una realtà che li mette in perenne difficoltà, che li ostacola, che impedisce loro di esprimersi come veramente vorrebbero.
Il Jack del titolo non e’ altri che il chitarrista John Anthony Fusciante dei Red Hot Chili Peppers che abbandonò il gruppo proprio negli anni novanta, periodo in cui e’ ambientato il film. Interpreti i giovanissimi Stefano Accorsi e Violante Placido.

 


 

Mississippi burning - Le radici dell'odio, di Alan Parker, 1988.
Mississippi, 1964. In una piccola cittadina a dieci miglia da Memphis, tre attivisti per i diritti sociali dei neri vengono brutalmente uccisi. Gli agenti dell’Fbi Anderson e Ward decidono di investigare sulla loro scomparsa. Nel corso delle indagini, tuttavia, devono fare i conti con la polizia locale, responsabile dell’accaduto e legata segretamente al Ku Klux Klan. Malgrado gli sforzi per ottenere giustizia, i due assistono a un crescendo di odio e violenza nei confronti della comunità di colore del posto.



Diaz - Non pulire questo sangue - di Daniele Vicari, 2012

Sabato 21 luglio 2001, ultimo giorno del G8 di Genova, poco prima della mezzanotte, più di 300 operatori delle forze dell’ordine fanno irruzione nel complesso scolastico "Diaz". Vengono arrestate e picchiate 93 persone sebbene non abbiano opposto alcuna resistenza, in gran parte si tratta di ragazzi e giornalisti stranieri (per lo più tedeschi, francesi e inglesi) che stanno dormendo. Una notte in cui l'Italia vive le più drammatiche pagine del Cile di Pinochet o dell'Argentina di Videla, una notte in cui la democrazia viene sospesa. Un film da vedere per non dimenticare e conservare la memoria sulla tragedia democratica che ha caratterizzato il G8 di Genova; un film sul quale confrontarsi e riflettere su come costruire la certezza che non accadrà mai più. La violenza raccontata dal film e ricostruita negli atti processuali di questo decennio è figlia di un episodio isolato o rientra in quell’oscuro filo comune che ha segnato i momenti più bui della democrazia del nostro paese? Chi ha dato gli ordini? Queste sono domande che da oltre 10 anni attendono risposte.


La notte delle matite spezzate - di Hector Olivera, 1988

Erano solo sei ragazzi, sei chicos impegnati nel movimento degli studenti medi di La Plata, negli anni del terrore militare argentino di Jorge Videla. Militanti in erba, decisi a rivendicare il boleto estudiantil, una tessera-sconto sui libri di testo e sul prezzo del biglietto dell’autobus. Tutti già pedinati e schedati nelle loro inoffensive marce di protesta. Per gli uomini delle patotas, le squadracce della polizia politica, sovversivi da annientare in una notte, la famosa Noche de los Lápices, la Notte delle Matite Spezzate, come è rimasto, nella storia dell’Argentina golpista, quel terribile 16 settembre ‘76, quando, in uno spietato raid punitivo, i ragazzini di La Plata verranno arrestati nel sonno, condotti nel centro di detenzione clandestina di Arana, torturati a colpi di unghie strappate e scosse elettriche, e poi fatti sparire. Desaparecidos.


Vicky Cristina Barcelona - di Woody Allen, 2008
L’esplorazione ironica delle persone e e delle dinamiche che ne caratterizzano i rapporti. Stavolta è il turno di un triangolo di personaggi, che in nome dell’abbandono della ricerca di qualsiasi simbolismo ci regala umorismo e ironia giostrati in modo elegante nel contesto di una storia accattivante e divertente allo stesso tempo. In partenza ci sono due amiche: Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlet Johansson). Come ogni coppia di amiche che si rispetti, si tratta di due persone che su alcuni argomenti si trovano su posizioni totalmente opposte: uno di questi è l’amore. Vicky è saldamente ancorata ai propri, sani principi, sua chiave di lettura preferenziale per l’interpretazione e il coinvolgimento delle relazioni; al polo opposto c’è Cristina, un’appassionata di passione, alla ricerca di sconvolgimento e di rivoluzione dei sentimenti e dei sensi.