Fabrizio De Andrè

Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile. In questi ultimi tempi ho ripreso a studiare la chitarra. Mi ci sono dedicato praticamente tutti i giorni. Certo, non riprenderò più la mano che avevo a ventidue anni, però non la voglio mollare più, anche perché in fin dei conti è una buona compagna, forse una delle più fedeli...

Io credo che il giorno in cui avrò paura della morte, e vorrà dire che ci comincio a pensare, sarà perché sono diventato finalmente adulto e allora questo significherà che sono prossimo a morire... Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto.

"Era un divoratore di libri, e viveva di notte. Le sue melodie, create per valorizzare le parole" dice Roberto Vecchioni: "De Andre' , il Pirandello della canzone" "Come lo scrittore odiava le finzioni, e ha trasformato la realta' in favola. Era un poeta: i suoi testi sono gli unici che reggono anche senza la musica" "Il suo linguaggio non e' per tutti Eppure e' stato il primo a creare vera partecipazione col pubblico" Si frequentavano, si stimavano anche se non hanno mai scritto una canzone insieme Fabrizio De Andre' e Roberto Vecchioni. Il quale, all' indomani della scomparsa del collega, parla di cio' che il cantautore genovese ha rappresentato per la cultura italiana. "La sua e' stata una rivoluzione culturale. + vero: e' partito dai francesi, ma poi punto' quasi subito sul gusto della favola, distanziandosi dai francesi, piu' attaccati alla realta' , alla vita. La vita, invece, Fabrizio la nascose sotto la mano come un prestigiatore". "Ma la vera rivoluzione - spiega ancora Vecchioni, che per la morte dell' amico Fabrizio ha rimandato l' uscita del suo album "Sogna ragazzo sogna" prevista per martedi' scorso - e' che De Andre' va al di la' della poesia dei Luzi e dei Zanzotto. Mi spiego meglio: la sua operazione nei confronti della poesia e' un po' quella che fa il teatro nei confronti dell' epica. L' epica proponeva una narrazione che veniva dall' alto, il teatro instaura un rapporto a due fra chi recita e chi ascolta. E il pubblico diventa protagonista. Con lui nasce la prima canzone partecipativa a livello intellettuale che io conosco. Paoli e Tenco come Brel, Brassens e Becaud rivoluzionarono la canzone mettendoci la vita. Lui ando' piu' in la' portandola verso la favola, il paradigma, sganciandosi compleamente dall' attimo presente". "Quanto alla costruzione della canzone si tratta di qualcosa che parte dall' intuizione. Poi viene pensata elaborata, cesellata da una intelligenza senza pari nel campo della composizione. Io credo - continua Vecchioni - che Fabrizio sia uno dei grandi del Novecento, che si affianca a Luigi Pirandello per molti aspetti. Cosa odiava Pirandello? La forma, ovvero la finzione di noi che siamo obbligati a consegnare alla societa' . Pirandello ammanta la realta' di tragedia, De Andre' di altissima favola". "Lo scorso anno Paolo Villaggio, solo con Fabrizio su una scogliera, gli chiese: "Ma tu ti senti arrivato?". De Andre' rispose: "Io non mi sento un musicista, mi sento un poeta". Questo e' il punto: lui era l' unico poeta della canzone d' autore. Gli altri, me compreso, con l' eccezione forse di Guccini, sono bravi, non poeti. E i suoi testi sono gli unici che reggono anche senza musica". Il linguaggio di De Andre' ? "Non e' assolutamente per tutti. Il suo era un elitarismo culturale. Aveva il fisico e la testa del poeta. Non aveva bisogno di mettersi in una torre d' avorio: in quella torre ci era nato". E questa passione per la notte? "Per lui l' alba era un' offesa perche' lo costringeva a ricollegarsi alla realta' rispetto al mondo dei personaggi che elaborava. In sostanza l' alba lo richiamava a cose che non aveva nessuna voglia di fare. Ha avuto la grande fortuna di avere intorno gente che lo capiva". E i temi? "Beh, accanto a considerazioni ovvie come la sua passione per gli emarginati, gli indiani e altri temi coerenti con le sue convinzioni di anarchico, non ha scritto grandi canzoni d' amore. La sua e' piuttosto una ricerca precisa e romantica della persona vera: la vera Princesa (un transessuale), la vera Franziska (moglie di un latitante sardo costretta a un voto di castita' ). Parlavamo delle situazioni creative in cui si immergeva. Lui dava un tale corpo ai suoi personaggi da sentirli come assolutamente veri. Ed ecco perche' l' alba che arrivava era qualcosa di mediocre. Nella stanza chiusa, su quel lettone, costruiva quello che voleva. L' alba rischiava di dissolvere quel suo universo, quelle donne, quei malandrini, quegli eroi che non sono mai esistiti e non esisteranno mai al di fuori della sua realistica fantasia". "Fabrizio era un divoratore di libri. Si innamorava di alcune frasi che leggeva. Poi le cambiava per metafora o per traslazione. E alla fine, per far passare quella metafora, ci costruiva sopra una canzone". " + stato scoppiettante fin dall' inizio - continua Vecchioni -. "La guerra di Piero", "La ballata del Miche' " sono tutte situazioni fuori dal normale, ma sempre su tematiche diverse. Non ha mai puntato su situazioni personali nemmeno quando era logico: in "Hotel Supramonte" i cieli in fiamme sono dominanti rispetto alla sua sofferenza personale di rapito". E la melodia? "Ricca o povera che fosse era sempre creata per valorizzare le parole"